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La solidarietà e l’auto-aiuto nei Club
        
La solidarietà è il sentimento che spinge ogni uomo a cooperare attivamente per il bene degli altri uomini. L’auto-aiuto è dare aiuto per poter aiutare se stessi. Nella grande famiglia-Club, solidarietà e auto-aiuto sono il cardine della crescita e dell’unione. Vengono qui di seguito presentati due contributi per capire meglio questi.
G. Lonardi
            Molte volte noi definiamo il Club “una grande famiglia”. Il significato di questa attribuzione è che, all’interno del Club, ogni socio ha un proprio ruolo, alle volte non appariscente, ma pur sempre un ruolo che si completa con quello degli altri. Ruolo che non sarà mai statico, bensì in continua evoluzione, cosicché ci saranno i più anziani di astinenza che avranno sempre qualcosa da trasmettere ai nuovi arrivati.
            Come in una famiglia ci si accorge subito del vuoto lasciato da uno dei suoi componenti, altrettanto accade quando nel Club uno di noi è assente e, se la sua assenza è dovuta a delle difficoltà, di qualsiasi tipo esse siano, il Club sente il bisogno di raccogliere le sue forze per aiutarlo. Non bisogna infatti dimenticare che il Club esiste per dare la possibilità agli alcolisti di cambiare il proprio stile di vita, aiutandosi l’un l’altro nei momenti di bisogno. Esso è dunque una prosecuzione vera e propria della terapia iniziata al Dispensario e non un luogo dove far trascorrere il tempo per raggiungere quei fatidici cinque anni di astinenza.
            Dare aiuto per aiutare se stessi. Ciò che aiuta questa grande famiglia a rimanere unita è la solidarietà e l’auto-aiuto. La solidarietà è un sentimento che induce ogni uomo a cooperare attivamente al bene degli altri uomini ed è quindi particolarmente indispensabile alla sopravvivenza del Club. Definiamo anche il Club un gruppo di auto-aiuto. Ciò significa che ognuno di noi deve dare aiuto per poter aiutare se stesso. Come si può infatti pretendere di essere aiutati (cosa di cui ogni alcolista ha bisogno), se non ci si comporta nello stesso modo nei confronti degli altri? Per questo occorre che nel Club ci sia una stima reciproca che nasce da quei segni di volontà, più o meno trasparenti, di impegnarsi per cambiare, che ognuno di noi vede nell’altro. E vano sarebbe il discorso se invece di stima si sentisse commiserazione!
            Il tutto poi conduce a degli effetti reciproci che finiscono per completare il cerchio come in una famiglia. Non vorrei che la parola “cerchio” fuorviasse il lettore dal significato puramente simbolico che in questo caso gli ho attribuito, spingendolo a pensare a qualcosa di chiuso. Il Club infatti non è, e mai potrà esserlo, pena la sua sopravvivenza, un gruppo chiuso a riccio su se stesso. Al contrario deve esser attento al mondo e alla società in cui viviamo, nonché aperto ad ogni nuovo socio, cui si dà il benvenuto e tutta la solidarietà e l’aiuto di cui ha bisogno. I Club sono di fatto aperti a chiunque senta il bisogno di essere aiutato. Purtroppo è raro che questo accada spontaneamente, per cui accade che, se ci pervengono delle segnalazioni, per esempio da parenti angosciati di un alcolista, siamo noi stessi, in accordo con gli operatori, ad avvicinare l’interessato.
            Mi sembra di poter dire, a questo punto, che solidarietà ed auto-aiuto sono due aspetti del Club che si intersecano e si completano a vicenda, indivisibili l’uno dall’altro. Almeno per noi alcolisti! Volendo essere precisi, il termine auto-aiuto viene anche usato per differenziare questo tipo di metodologia per la riabilitazione degli alcolisti, da quella tradizionale, dimostratasi priva di efficacia, basata esclusivamente sulla cura clinica.
            Naturalmente la vita del Club, essendo piena di altri aspetti e sfumature, non è così semplice come potrebbe apparire da quanto sopra. A parer mio la solidarietà è un sentimento che, specialmente in situazioni di questo tipo, affiora spontaneo. Ma i lunghi anni trascorsi sotto l’effetto deleterio dell’alcol, hanno finito per intaccare gran parte delle nostre situazioni d’animo. Non bisogna infatti confondere la solidarietà che esiste tra alcolisti ubriachi che, quando c’è, serve solamente a nascondere il proprio stato e a proteggersi a vicenda, da quella più nobile degli alcolisti in astinenza.
            Passando dal primo stato a quello dell’astinenza c’è un brusco risveglio, al  quale magari non tutti riescono ad adeguarsi con prontezza.
 Per esperienza personale, ed anche della maggioranza, ho visto, comunque, che trascorso il primo periodo di sbollimento degli ultimi vapori alcolici, si incomincia a rendersi conto che anche gli amici di terapia hanno più o meno gli stessi problemi, ed è appunto allora che questo sentimento di solidarietà lentamente si fa vivo, rafforzandosi con il passare del tempo. Qualche spinta e tanti consigli degli operatori ed ancora degli alcolisti più anziani, senza i quali si finirebbe con l’arrancare sempre più, contribuiscono ai primi cambiamenti e ad una prima presa di coscienza. Stupisce sempre però che, nel giro di pochi mesi, si possa arrivare a capire che cosa sia la solidarietà, mentre prima ci si considerava gli unici detentori della verità.
            Le ricadute. Un altro argomento, amaro, ma attinente alla solidarietà ed all’auto-aiuto, e quindi opportuno da richiamare, è quello delle ricadute. A parer mio il Club ha una notevole responsabilità nella ricaduta di un suo socio e così dicendo già si potrebbe pensare che in questo caso esso non funzioni bene. Certo, anche l’alcolista ricaduto ha le sue responsabilità, come possono avere i suoi familiari od altri ancora. Certo è che c’erano dei problemi che non sono stati discussi nel Club, o perlomeno non adeguatamente. Dopo la ricaduta comunque è essenziale che il Club dimostri verso il socio tutta la solidarietà, senza remore, di cui è capace, poiché, ripeto, è proprio questo il motivo principale dell’esistenza del Club. Quando ciò avviene, dimostra il suo buon funzionamento, in palese contrasto con quanto ho affermato prima riguardo i motivi della ricaduta. Ma si sa: sbagliando si impara e così, tra alti e bassi, la vita ed il cambiamento degli alcolisti continua. Se ciò invece non accadesse, con ogni probabilità l’alcolista ricaduto ritornerebbe alla vita di prima.
            Un’esperienza vissuta dal mio Club ci è stata data da un alcolista proveniente da un altro Club, già in terapia da oltre due anni ma con più di una ricaduta alle spalle. Uscito dalla Comunità dove si trovava perché privo di famiglia, ha voluto vivere in solitudine in un appartamento procuratogli, rifiutando poi gli aiuti morali e materiali di chi si era prodigato per lui. Quasi subito la ricaduta e la decisione di non frequentare più il Club. Da parte nostra è stato fatto il possibile per invogliarlo a continuare, ma purtroppo anche noi non abbiamo ottenuto risultati. Anche se la questione non è ancora chiusa, è stato questo per me un momento di riflessione che mi ha portato anche ad uno sfogo nel Club. Mi è sembrato infatti che la nostra rassegnazione sia stata troppo repentina e assolutamente non ho condiviso l’opinione di coloro che dicevano semplicemente: “non c’è più niente da fare”. Può darsi che mi sbagli, ma a parer mio tale frase si dovrebbe usare soltanto per le persone già morte.
            Aiuto o intrusione? Un’altra considerazione riguarda la solidarietà dei familiari che, in più di un’occasione, unita al nostro aiuto e a quello degli operatori, si è dimostrata decisiva verso quegli alcolisti che all’inizio si dimostrano titubanti. A questo proposito si veda comunque il capitolo riguardante appunto il ruolo de familiari.
            A volte può accadere che i tentativi di aiuto verso un alcolista vengano da quest’ultimo considerati come un’intrusione della propria vita privata e questo, ci siamo accorti, è un brutto segno premonitore. Ma lo stesso comportamento lo abbiamo visto anche quando un solo componente del Club si rivolge ad un altro facendogli qualche appunto con l’intenzione di aiutarlo a risolvere un problema. Ciò invece avviene raramente se, al contrario, è tutto il Club che si esprime. E’ infatti più facile in questo caso, che chi è in difficoltà si soffermi a riflettere davanti alla compattezza degli altri.
            Anche in questi frangenti, la solidarietà, questa volta con un significato leggermente diverso, è fondamentale e contribuisce altresì ad evitare che sorgano all’interno del Club dei rancori, oltremodo spiacevoli, tra due alcolisti. E’ questo molto importante perché gli affetti che si possono creare all’interno del Club, ma anche tra diversi Club, possono prolungarsi per tutta la vita ed essere sempre un sostegno perché, si sa, l’alcolista rimarrà tale per sempre. Il suo distacco dall’alcol deve durare per sempre e per questo, in qualsiasi momento di sfiducia nel quale ci si può imbattere, c’è bisogno di un amico pronto ad aiutare.
            Ci si potrebbe chiedere come mai, noi alcolisti in trattamento, magari in misura differente l’uno dall’altro, non solo sentiamo il bisogno di questa solidarietà, ma riusciamo anche a viverla realmente, mentre in tutto il mondo imperano guerre e continui esempi di incomprensione. Eppure siamo anche noi delle persone, né peggio, né meglio di tante altre.
            Forse la risposta sta nel nostro passato, o meglio in una parte di esso vissuto in schiavitù, al pari del resto di altri drogati. Ma anche l’astinenza e di conseguenza una mente più lucida di molti altri, unita alla nostra intenzione di cambiare, alle nostre riunioni settimanali, alla solidarietà che ci unisce, tutto questo, ci porta lentamente verso un sentiero di pace e di fratellanza non privo di difficoltà. Certamente rivolto ad una vita migliore.
F. Sevignani
            Si è detto che il Club è il cuore della terapia. Per essere vivo, per dare i suoi frutti, il Club deve formare persone non solo astinenti, ma anche particolarmente attente e sensibili ai problemi del prossimo. Vivere la solidarietà in maniera valida, quando più persone vi sono coinvolte, non è certo facile. Ma si può. Bisogna sensibilizzare tutti ed ognuno deve sentirsi in grado di aiutare l’amico. La solidarietà fa parte della terapia e l’alimenta.
            Si devono escogitare i più svariati modi per star vicini ed aiutare l’amico che ha molta difficoltà a trovare il cammino dell’astinenza. C’è chi sa creare nel Club delle “staffette della solidarietà” che si mettono in moto spontaneamente e quotidianamente, ma soprattutto a fine settimana, quando il pericolo della solitudine e del tempo libero diventa una minaccia di ricaduta. Ci si organizza tacitamente per stare vicini a chi fa i primi passi sulla via dell’astinenza.
            Tutti devono essere sensibilizzati ed ognuno deve sentirsi in grado di aiutare l’amico. Gli esempi di solidarietà non si possono citare, anche perché i più significativi non vengono risaputi e si svolgono in un clima di profonda discrezione, di intesa reciproca, di naturalezza.
            Storie di solidarietà. Qualcosa trapela . . . L’alcolista che, abbandonato dalla famiglia s’è ridotto a vivere come un barbone, senza lavoro e senza alloggio, emarginato da tutti: entra nel Club e trova chi gli offre cibo e alloggio finché non riesce a ritrovare se stesso e con l’astinenza anche un posto nella società. Ritrovare la famiglia non è stato possibile, ma vi è la speranza.
            E l’altro amico scapolo che non riesce ad essere astinente perché, nonostante l’invadenza dei familiari che hanno dato l’ordine a tutti i negozi di non fornirlo di alcolici, è riuscito a nascondere le bottiglie un po’ ovunque . . . non sa più neppure lui dove. Ogni tanto ne riscopre una, ed è fatta. I suoi amici hanno organizzato, col suo consenso, una festicciola nel suo giardino. Inventando giochi e piccoli trucchi sono riusciti a ripulire la casa, giardino, garage, legnaia e . . . pagliaio.
            E c’è l’amico che sta vivendo un dramma in famiglia. La moglie è condannata da un male inguaribile e lui lo sa. Dice apertamente che qualche volta, vedendo quella sofferenza, gli verrebbe voglia di tracannare una bottiglia per darsi coraggio, per dormire, per non vedere. La vicinanza costante degli amici del Club lo aiutano a sopportare con più rassegnazione questa avversità del destino, questa dura prova della vita che, senza l’aiuto morale degli amici, potrebbe portarlo al cedimento. E c’è chi è ricoverato in ospedale ed è felice ogni qualvolta vede gli amici del Club che non
 lo hanno dimenticato.    E quella mamma che ha problemi enormi con tre figli di cui uno handicappato. Sappiamo che l’alcol è entrato nella sua vita con questo figlio. La nostra mano tesa assume un ruolo preponderante nella sua terapia.
            Le forme della solidarietà. La costante presenza al Club, il prendere la pillola in comunità, il sostenersi reciprocamente con le proprie esperienze, l’introdurre i nuovi arrivati nel gruppo, cercando di render loro il primo impatto più facile e cordiale, il festeggiare con sincera gioia e partecipazione i traguardi di astinenza, sono autentiche pratiche di solidarietà che non vanno sottovalutate.
            Dare la pillola all’amico i cui familiari rifiutano qualsiasi astinenza, dargli la sensazione che non è solo ed abbandonato, ma che c’è chi si preoccupa per lui. E si potrebbe continuare all’infinito: dal trasporto al Club di chi è in difficoltà per mancanza di mezzo, alle visite in casa, all’opera di convincimento dei parenti restii a partecipare alle sedute, dalle telefonate alle lettere, dalla partecipazione agli avvenimenti lieti e tristi che coinvolgono l’amico, all’assistenza amorevole e comprensiva nella ricaduta e all’aiuto e alla ripresa che spesso è difficile e travagliata.
            Anche una solidarietà deve essere vissuta e praticata da tutti i componenti della famiglia in tutti gli aspetti della terapia: nell’astinenza dall’alcol, nella condivisione dei problemi, nel cambiamento di mentalità e di giudizio nei confronti dell’alcolista. Non è certo solidarietà quella di mettere in tavola la bottiglia di vino e bere tranquillamente mentre l’alcolista sta a guardare. E non è solidarietà il tenere alcolici in casa dell’alcolista in terapia per “le visite” ed offrirli in presenza dell’alcolista stesso. Se manca questo supporto solidale da parte dei familiari, la volontà di lottare viene compromessa e ridotta la possibilità di riuscita.
            La solidarietà è una parola colma di significato, ma se non è praticata è sterile ed inutile come tutte le cose teoriche. Nella pratica è un autentico “boomerang”. Ritorna tutta beneficio di chi la applica e la vive. Aiutando gli altri si fa il migliore servizio a se stessi.
            Bisogna essere convinti che il Club non può risolvere tutti i problemi. La solidarietà nel Club aiuta però a renderli più sopportabili, riesce a ridimensionare certe situazioni, ad aprire uno spiraglio alla speranza, alla rassegnazione, alla fiducia nella vita. Riesce a rafforzare il proposito di continuare sul cammino dell’astinenza ed a rinsaldare rapporti umani veramente profondi e genuini. Si potrebbe dire che
 se la sincerità è il sale della terapia, la solidarietà ne è il profumo!   >>ritorna indice argomenti
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Il Club degli alcolisti: le regole, l’organiz-zazione interna, la vita   
F. Sevignani
            C’è un nuovo arrivato,un anziano gli presenta il Club con le sue regole da accettare e rispettare. Le regole, naturalmente, non sono fini a se stesse, sono lo strumento irrinunciabile perché alcune persone diventino gruppo e, il gruppo, famiglia nella società. Vanno quindi ancora spiegate e poi vissute.
            Nicola è approdato oggi al nostro Club. E’ un uomo ancora giovane ed aitante e dice d’essere venuto per aver sentito dire che “c’è una terapia per non bere più”. Gli diamo il benvenuto e ci presentiamo uno per uno, onde dargli il modo di sentirsi a suo agio.
            Mario, il nostro “veterano” per giorni di astinenza, s’incarica di spiegare a Nicola cos’è il Club, la sua terapia, le sue regole. Ed inizia così:
            “Il Club è costituito da alcune persone che, unendosi, formano un piccolo gruppo, una famiglia che fa parte della società e che si autogestisce. I suoi membri sono coloro che hanno preso la decisione ferma di non bere più, pur sapendo che questa non è un’impresa facile e che costerà sacrifici e rinunce. Essi non sono soli: accanto a loro vi sono i familiari che fanno parte integrante del Club e con il loro congiunto seguono la terapia. Partendo dal principio che l’alcol ha coinvolto tutta la famiglia e ne ha compromesso i rapporti, è evidente che anche la famiglia debba frequentare il Club onde poter riallacciare un dialogo ed impostare un nuovo stile di vita. Il Club rappresenta perciò il fulcro della terapia ed essendo una piccola struttura sociale in seno alla società in cui opera, deve avere delle regole.
            Si parte dal concetto che vi sia la disponibilità e la volontà dell’alcolista a fare la terapia ed è quindi logico attenersi a delle “regole” ben precise, che occorre imparare bene perché sono essenziali.
            La terapia, per costruire una base solida e valida, ha bisogno della frequenza al Club dell’alcolista per la durata di 5 anni. Sembrano molti, ma non lo sono, se si pensa a quanti anni l’alcolista ha perduto della sua esistenza a causa dell’alcol. Alla scadenza dei 5 anni di Club, sarà ben difficile abbandonare le amicizie che si sono allacciate e rinsaldate attraverso tante esperienze condivise nella buona e nella cattiva sorte. C’è poi l’impegno di ognuno degli “anziani” collaudati dalla vita di Club, di mettere a disposizione dei nuovi arrivati la propria esperienza perché essa può costituire un aiuto incommensurabile e decisivo. La solidarietà infatti, con la sincerità e l’amore per il prossimo, è uno dei principi fondamentali sul quale si basa la terapia. Alle sedute il gruppo è assistito da un operatore che ha seguito corsi di formazione in materia di alcolismo.
            C’è poi la parte amministrativa di un Club. Come in ogni società che si rispetti, anche il Club ha il suo presidente, un segretario ed un tesoriere che vengono periodicamente eletti a turno dallo stesso gruppo.
            Ogni membro versa mensilmente una piccola quota di partecipazione di cui una parte rimane al Club per le spese di amministrazione e l’altra viene versata all’Associazione provinciale Club degli alcolisti in trattamento, della quale il Club è membro e che viene utilizzata agli scopi previsti dagli statuti. Per riuscire ci vuole molta buona volontà, perseveranza, abnegazione: doti queste che nascono e si alimentano nel gruppo con gli amici del Club”.
            Mario ha terminato, forse ha dimenticato qualcosa, ma nel corso delle sedute, se Nicola accetterà di fare la terapia, ci sarà sempre modo di tornare sull’argomento. Nicola decide di aggregarsi al gruppo e di iniziare la terapia. Il gruppo assicura di accompagnarlo lungo il sentiero dove ha deciso di incamminarsi, un sentiero irto di rinunce e di asperità, ma anche cosparso di soddisfazioni, di riscoperte, di un ritrovato equilibrio fisico, psichico e sociale. >>ritorna indice argomenti
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Le dieci regole del Club 
1)Che abbia deciso di abbandonare per sempre l’alcol
            Quando l’alcolista entra in terapia deve essere convinto che vuole uscire dalla situazione in cui è venuto a trovarsi a causa della sua dipendenza dall’alcol. Riconoscersi alcolista è il punto di partenza verso il recupero. E’ perciò indispensabile ch’egli abolisca completamente e definitivamente l’alcol dalla sua vita. Un “dipendente” da qualsiasi droga – e l’alcol è una droga dura – ha la pos-
sibilità di liberarsi da questa schiavitù solo se ne elimina per sempre l’assunzione.
 2) che manifesti il proposito di frequentare con assiduità le riunioni settimanali (qualora ne fosse impossibilitato per seri motivi informerà il Club)
            L’assidua frequenza al Club è una delle condizioni per la riuscita della terapia. Sappiamo benissimo, per averlo provato tante volte, che da soli è pressoché impossibile riuscire a smettere di bere. Ognuno di noi potrebbe raccontare la sua lunga storia di propositi, impegni, promesse fatte e finite in deludenti sconfitte. E’ un po’ come voler uscire da un abisso con le proprie forze: ce la fai ad arrancare per pochi metri, poi ripiombi nel fondo. Nel Club, stimolato dagli amici che hanno vissuto la tua stessa esperienza, ti accorgerai quanto ciò, poco a poco, diventi possibile. Dopo ogni riunione ti sentirai più rinfrancato, imparerai a condividere con gli altri le tue angosce, i tuoi sforzi, le tue paure, ma anche le tue speranze, i tuoi successi. E tutto ciò senza vergogna, senza timore di essere giudicato o frainteso.
            Potrebbe succedere un qualche imprevisto che ti impedisce di partecipare alla riunione. Fatti impegno di informare qualcuno di noi perché, non vedendoti arrivare, i tuoi amici starebbero in pena. Trascurare le sedute di Club è pericoloso perché viene a mancare quella carica indispensabile, quello stimolo vitale di cui abbiamo bisogno per rinsaldare la nostra volontà.
3) che osservi la puntualità
            Il tempo è prezioso per tutti e la puntualità è norma di buona educazione. Poiché ci incontriamo una sola volta in settimana, dobbiamo utilizzare tutto il tempo a disposizione per parlare dei nostri problemi, cercando per quanto possibile di risolverli e dei nostri programmi futuri. Non possiamo quindi star ad aspettare l’amico ritardatario perdendo del tempo utile ad altri scopi. E poiché la puntualità fa parte di uno stile di vita che ci proponiamo di seguire, incominciamo a praticarla nel Club.
4) che partecipi con i familiari alle sedute
            La presenza dei familiari è una garanzia in più per il buon esito della terapia. I rapporti con i nostri familiari sono stati seriamente scossi dalle nostre abitudini alcoliche. Essi sono i cosiddetti “alcolisti secchi” perché non sono alcol-dipendenti. Ora che stiamo percorrendo il cammino della riabilitazione, essi devono percorrerlo con noi. Insieme dobbiamo ricostruire quello che l’alcol ha distrutto. I familiari devono condividere con noi le nostre faticose conquiste, esserne testimoni, maturare insieme a noi. E tutto ciò si deve realizzare nei Club, assieme agli altri familiari. Sarà più facile tessere un discorso costruttivo, scambiare esperienze, ridimensionare la situazione, riallacciare i rapporti e programmare il futuro. Senza di loro sarebbe una terapia “orfana” con poche possibilità di riuscita. Vieni dunque al
 Club con i tuoi cari, consorte, genitori, figli, fratelli o amici.
5) che assuma quotidianamente l’Antabuse, con l’impegno di un familiare che glielo somministri
            Molti di noi sono stati restii a prendere l’Antabuse. Sappiamo che non può farci male a condizione che non si beva. Se abbiamo deciso di fare la terapia, l’Antabuse rappresenta un valido aiuto, una barriera posta tra noi e l’alcol, un freno, un “altolà”. Maturando il nostro proposito di astinenza ci potrà, un giorno, sembrare una pratica superflua. Il nostro proposito di non bere è talmente rinvigorito che nulla e nessuno ci farà più cedere. Ora che stiamo muovendo i primi passi, ci sarà di sostegno. Sarà uno dei familiari a dartelo ogni giorno e facendo ciò egli ti dimostrerà il suo impegno a seguirti, la sua attiva partecipazione alla tua decisione di rinnovare le tue abitudini di vita e lui, le sue. Si contano i giorni di astinenza dalla data di inizio della terapia. Una ricaduta comporta ricominciare da zero con più impegno.
6) che elimini qualsiasi presenza di alcolici dalla sua casa
            Poiché si è risoluti ad abbandonare l’alcol, è naturale che si decida anche di toglierlo di mezzo dal nostro ambiente, dalla nostra casa. La presenza di bevande alcoliche nel baretto del soggiorno, nella credenza della cucina, nella cantina (magari ben fornita) rappresenta un grave rischio. Sappiamo quante volte, trovandoci a portata di mano la bottiglia, senza una particolare ragione, ma per semplice abitudine, l’abbiamo afferrata . . . Dobbiamo eliminare questo pericolo, ma soprattutto inserire nel nostro programma di rinnovamento una casa senza alcol. Agli amici che ci vengono a trovare ed ai quali offriamo cordialmente una bevanda analcolica diciamo chiaramente che non beviamo più, non perché “non possiamo più bere”, ma perché – avendolo fermamente deciso – “non vogliamo più bere”. I nostri amici, non certo astemi, hanno capito e rispettato le nostre decisioni, i veri amici non ti abbandoneranno!!! Sarà questa un’ottima occasione per selezionare quelli veri!.
7) che s’impegni a redigere le lettere ed i verbali
            E’ buon costume che chi entra a far parte di un gruppo, si presenti ai nuovi amici. A tale scopo ognuno di noi – dopo qualche settimana di frequenza al Dispensario ed al Club – scrive una lettera di presentazione che leggerà in seduta. In essa racconterà, per sommi capi, la sua vita, la sua storia di alcolista, la sua situazione. Ciò darà modo agli amici del gruppo non solo di conoscerlo, ma anche di poterlo meglio aiutare. Compiuti i 100 giorni di astinenza, si presenta una lettera di dimissione dal Dispensario e la terapia continua esclusivamente nel Club. Al Dispensario abbiamo vissuto delle dinamiche più intense, sia singole che di gruppo, abbiamo maturato le prime basi per superare la dipendenza dall’alcol ed abbiamo avuto nozioni più approfondite di educazione sanitaria e sociale e di psicologia della famiglia. Ora, nel Club, dobbiamo reimpostare la nostra vita nella famiglia, sul lavoro, nella società e nel tempo libero.
            Ognuno di noi, a turno, s’impegna a redigere il verbale della seduta di Club. Ciò è molto importante perché il verbale, letto nella riunione successiva, aiuterà a riallacciare un discorso rimasto in sospeso, ad informare coloro che erano assenti su quanto si è discusso e nel contempo ad approfondire problemi che per mancanza di tempo o per altri motivi, non si sono sufficientemente analizzati. E’ regola del Club di non discutere di problemi in assenza degli interessati.
8) che manifesti la sua disponibilità ad aiutare il gruppo (a praticare quindi il principio del “patronage”, ovvero dell’aiuto reciproco)
            Poiché la terapia del prof. Hudolin si basa sul principio dell’auto aiuto ed aiuto reciproco, la solidarietà fra i membri del Club ed i loro familiari è fondamentale. Quando un amico è assente senza giustificazione, dobbiamo occuparcene con solerzia. Si prende contatto, gli si fa visita per vedere quali siano i motivi della sua assenza. La sua assenza dal Club deve essere un campanello d’allarme. Egli può avere bisogno di noi e noi dobbiamo occuparcene, dimostrargli che gli siamo tutti vicini, che lui ci sta a cuore. La nostra presenza, anche nelle avversità – ricaduta, malattia, lutto, disgrazie – come nei momenti felici, deve essere sincera, sentita, disinteressata e discreta. Diamo quindi aiuto per aiutare noi stessi.
9) che mantenga il segreto ed il rispetto per tutto ciò che si discute nel Club
            E’ evidente che tutto quello che diciamo qui nel Club è cosa che ci riguarda. Sono esperienze nostre che ci scambiamo al fine di aiutarci a trarne vantaggio. Dobbiamo considerarci come una famiglia i cui fatti personali dei singoli componenti non devono assolutamente uscire dalle pareti domestiche, nel nostro caso dal Club. A questo riguardo deve essere osservato coscienziosamente il più assoluto riserbo.
10) che si metta in discussione con sincerità
            E’ questa forse la cosa più difficile. Per aiutarci ed aiutare gli amici, dobbiamo basare il nostro rapporto sulla sincerità. Non è sempre facile, e per un alcolista che ha spesso fatto ricorso a sotterfugi e bugie, è ancor più difficile. Nel momento in cui abbiamo deciso di impostare la nostra vita su altre basi, dobbiamo riprometterci anche di essere sinceri. E’ importante e fondamentale arrivare ad aprirsi nel Club, ad analizzare assieme al gruppo i propri stati d’animo, le situazioni di disagio in famiglia, sul lavoro. E’ il punto di partenza per cambiare il proprio stile di vita.
            Un rapporto sincero con noi stessi e con gli amici del Club porterà di certo ad un risultato positivo.
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Verso un nuovo stile di vita  >ritorna inizio argomenti
Club Stil Novo di Trento
            Abbandonare il vestire trasandato e sciatto, le vecchie e ormai logore abitudini e compagnie, è l’inizio . . . ma non basta. Per riacquisire a pieno proprietà e dignità, la strada è lunga e passa dentro di noi.
            Per non perderci, il confronto continuo anche sofferto “in seno al Club e con il Club” è la via guida più sicura.
 
            Che cosa dobbiamo intendere per stile di vita? Forse qualcosa che riguarda la nostra esteriorità? Il nostro modo di vestire, di parlare, di agire? In parte certo è anche questo. Se prima eravamo sciatti e trasandati perché poco o nulla più ci importava di noi stessi e degli altri, sarà il caso di darci da fare per rimetterci in ordine di pari passo con una dignità riacquisita.
            Se prima le cose che dicevamo, erano dettate dal caso e dalla faciloneria, dalla superficialità, quando non addirittura dai fumi dell’alcol, ebbene è giunto il momento di interrogarci su ciò che pensiamo e diciamo. Così come è giunto il momento di prestare una nuova attenzione a ciò che viene detto: ai segnali e agli stimoli che ci vengono dagli altri e a tutto ciò che ci circonda: perché vogliamo conquistare rispetto e fiducia in noi, da parte dagli altri, ma soprattutto da parte di noi stessi.
            Se prima erano i nostri ozi, le nostre incapacità di organizzarci le giornate, le nostre abitudini diventate ormai semplici automatismi, le nostre compagnie ormai talmente a lungo frequentate da non portarci più niente di nuovo e costruttivo, o peggio le nostre abitudini, provocate da una scarsa socievolezza, che si radicavano sempre più, nutrendosi di se stesse, se prima era tutto ciò a spingerci a riempire i nostri vuoti con i “pieni” ricorrenti del bicchiere, è ora di “darci una mossa”, di imparare ad imporci orari e doveri, di cambiare abitudini, luoghi, interessi; di uscire dai nostri gusci solitari o dalle vecchie confraternite chiuse, di imparare a confrontarci con un mondo nuovo.
            Lo “stile” interiore. Ma, attenzione! Questi non sono che gli aspetti esteriori del problema che dobbiamo risolvere mutando il nostro stile di vita: importanti certo, ma non risolutivi: da soli non bastano. E allora? Allora c’è che, oltre a quanto abbiamo appena visto, noi dobbiamo dedicare il massimo del nostro impegno, il nostro sforzo costante sino al raggiungimento di un mutamento del nostro stile di vita interiore!
            Dal momento che abbiamo operato quella lodevolissima scelta di non essere mai più vincolati a quel servo-padrone che era per noi l’alcol, per tornare a dedicarci a noi stessi, ai nostri cari, alla realtà in cui viviamo, da quel momento per noi deve considerarsi finito per sempre il lungo periodo in cui siamo stati, di volta in volta e a seconda dei casi, i “perseguitati dalla sfortuna”, gli “incompresi di tutti”, quelli che “avrebbero voluto ma non hanno potuto”, che “avevano ragione ma non sono stati ascoltati”, che “o le cose si facevano come volevano loro o non si facevano per niente”.
            Da quel momento, noi abbiamo scelto di tornare ad essere persone, uomini e donne, che vivono la propria vita con coscienza, nella propria dignità ma anche nei propri limiti, liberamente, ma nel rispetto della libertà altrui. Che si pongono a buon diritto degli obiettivi per sé, ma che riconoscono pari valore ai propri doveri verso gli altri. Persone che lottano e soffrono e magari per una vittoria riportano cento sconfitte. Perché questa è la vita, per tutti; ma anche persone che sanno gioire e partecipare delle proprie gioie con gli altri e per gli altri; che imparano la tolleranza per essere tollerati nei propri difetti; che accettano la critica e si auto criticano per migliorare; che riconoscono uguaglianza per sentirsi uguali, tutti insieme a remare nella stessa barca verso un porto sicuro. Mai più turaccioli solitari sballottati dal capriccio di un mare immenso racchiuso nel vetro di una bottiglia!
            E tutto questo nessuno pretende si possa realizzare dall’oggi al domani. Abbiamo tutto il tempo necessario per riuscirvi, purché ci sorregga la volontà e l’impegno comune, perché la strada fatta in compagnia sembra meno lunga,  
quindi diamoci da fare perché la compagnia sia sempre più affiatata. >>ritorna a indice argomenti
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Il ruolo dei familiari  >ritorna inizio argomenti
            L’alcol turba il normale assetto della famiglia, sconvolgendo ruoli e responsabilità, alterando comportamenti e talora anche inaridendo sentimenti. Per il familiare partecipare alla terapia significa ricostruire affetti e spazi personali, cambiare posizioni sofferte ed obbligate, spesso assimilate e fatte proprie. E’ un processo non facile che comporta pazienza ed educazione alla tolleranza e alla sincerità.
            Come? Nei mille modi che esperienza, fantasia, un po’ di intuizione magari, ma soprattutto la sensibilità, la disponibilità, la coerente ed umile volontà di collaborare, di aprirci con sincerità e senza inutili pudori al confronto reciproco, ed un preciso impegno a dare, senza preoccuparsi di alcun tornaconto, sapranno consigliarci via via in ogni occasione.
            A volte (e quante volte), ci accorgiamo di quanto sentiamo a partecipare attivamente alle riunioni del Club: abbiamo l’impressione di aver già detto tutto sino all’esaurimento, di non poter altro che ripeterci. E’ in quei momenti soprattutto che dobbiamo interrogarci sul nostro operato, se esso è sufficiente o se invece, come probabile, potremmo fare di più, creare nuovi spazi e nuove idee per crescere e maturare insieme nel cambiamento. Magari andando a trovare a casa loro quei compagni che si sentono impacciati durante le riunioni, per aiutarli ad una maggior confidenza, mettendoli a loro agio in un ambiente in cui si sentono sicuri. E una volta rotto il ghiaccio, si sentiranno in grado di trasferire quella sicurezza anche nel Club, con vantaggio di tutti. Per non dire poi delle possibilità di alleviare ogni tanto gli animi inventando dei momenti ricreativi!
            Ma infine, di fronte a tante difficoltà, la nostra partecipazione attiva al Club, resta la sola traccia percorribile che ci dia garanzia di giungere alla meta prefissata. Con impegno e sforzo costante, confidando nell’aiuto reciproco tra noi, i nostri familiari e gli operatori, ogni ostacolo può alla fine venir rimosso e superato. Purché, insieme alla volontà e all’impegno, non venga mai a mancare la fiducia nel risultato finale; quel cambiamento del proprio “stile di vita” che va inteso come “revisione integrale del proprio modo di porsi a confronto con la realtà propria e con quella delle persone che ci circondano”.
            Il raggiungimento di questo obiettivo, in seno al Club, non è poi così difficile né distante, se già dopo poco tempo, noi stessi alcolisti in trattamento, solo fino a ieri caparbiamente decisi a difendere a oltranza il nostro rapporto con l’alcol, oggi sappiamo scoprirci capaci di affrontare in modo affatto diverso questo problema sociale che è anche il nostro problema. Abbiamo imparato a riconoscere doverosa dignità umana a quei dipendenti da alcol che vivono oggi come noi ieri; vogliamo capirli ed aiutarli trattandoli con il dovuto rispetto e civile tolleranza. Già questo è cambiamento di stile di vita, già iniziato: e lo dobbiamo al Club!
A.  Kaisermann
Quando si parla di recupero di un alcolista, quando si dice “guarire” dall’alcolismo, all’interno dei Club degli Alcolisti in Trattamento, si intende parlare di intero nucleo familiare che deve essere “curato”, che deve recuperare valori e ruoli, affetti, reciproca fiducia e rispetto. E’ evidente che il fenomeno alcol disturba il normale assetto familiare fino a distorcerne i contorni, causando non solo dei cambiamenti comportamentali dei singoli componenti, ma alterandone anche i ruoli e le responsabilità relative. Mi pare che in questo senso sia legittimo parlare di malattia sociale che investe un’istituzione, quella della famiglia, che viene a perdere le usuali garanzie di sereno punto di riferimento.
Superato il primo generale momento di rifiuto o di imbarazzo, o per opposto, avvertito un profondo senso di sollievo, il familiare viene a trovarsi parte di una comunità, i Club degli Alcolisti in Trattamento, i cui membri condividono lo stesso problema di alcolismo. Ecco però che oltre alla presenza, viene fatta richiesta di una partecipazione attiva, di interventi che mirino ad essere aiuto al discorso di recupero personale e degli altri.
Si parla, sin dall’inizio della terapia, di vero e proprio trattamento di tutta la famiglia, non si tratta quindi di essere aggancio passivo e distaccato dal proprio familiare alcolista in trattamento, ma di lasciarsi coinvolgere ed essere coscientemente parte attiva, per il recupero anche della propria persona. Come familiare si esperimenta infatti e si vive, nei momenti bui, un cambiamento nei propri atteggiamenti, nelle proprie reazioni che si fanno distorte, spesso più dure e comunque non serene; tali cambiamenti sono attuati come forma di reazione, a volte di difesa contro gli effetti negativi causati dall’abuso di alcol da parte di un componente. La mancanza di volontà, di forza e capacità reattiva con il bere subentra nel familiare alcolista, crea infatti, automaticamente, un aumento di responsabilità nei familiari e uno squilibrio di ruoli.
      Ricostruzione degli affetti. Questo mi pare uno dei punti generalmente più difficili e delicati da affrontare; si tratta infatti, da parte del familiare, di mettere a nudo sentimenti profondi e personalità che gli eventi hanno messo a dura prova, ossidandone alcuni aspetti e inaridendo, talvolta, quelli appartenenti alla sfera
 dell’amore.
Credo si debba parlare di ricostruzione degli affetti e dei propri spazi personali, senza traumi e con molta pazienza. A volte, infatti, è stato un perpetuarsi di situazioni di violenza, non tanto fisica, quanto interiore che ha costretto i membri della famiglia ad assumere posizioni non desiderate o distorte, a maturare forme di disonore ed ostilità. Naturalmente uno squilibrio dei ruoli può, a lungo andare, essere anche ben digerito e assimilato, al punto che il familiare “fatica” a riequilibrare le parti e si sente quasi spogliato di ciò che, soffrendo forse, si era visto costretto a “imparare”.
Ecco perché è necessaria la presenza dei familiari all’interno del Club, perché l’intero nucleo deve rigenerarsi, deve parlarsi per accertarsi, esponendo i propri sentimenti, i propri dubbi, le proprie ragioni, che spesso si intrecciano con le esperienze di altri componenti il Club e che quindi trovano in un comune sentire, forza e sostegno per guardare avanti, per imparare a camminare con serenità dentro questo insolito Esodo e per permettere a se stessi e all’altro di cambiare, di ricominciare.
Io, in tutto questo, leggo una crescita, una maturazione che avviene passando attraverso la sofferenza, la rabbia, la presa di coscienza dei propri limiti, delle proprie esperienze, attraverso una educazione alla tolleranza, alla sincerità, alla voglia di combattere.
P. Lenzi
            Le mie prime esperienze con l’alcol risalgono a diversi anni fa e sono culminate non tanto tempo dopo, quando avevo capito che mia madre aveva una certa dipendenza alcolica, ma ciò nonostante non riuscivo ad accettarla come alcolista, anche perché provavo un senso di vergogna di fronte ai miei amici. E così, ad esempio, evitavo di invitare questi miei amici a casa, e così facevano mio padre e i miei fratelli, che poco dopo si sono sposati.
            All’inizio si era tentato in tutti i modi di aiutare mia madre a superare questa situazione, ma con pochi risultati. Anzi a poco a poco ognuno si stava chiudendo in se stesso, non c’era più dialogo, non solo con mia madre, ma anche con il resto della famiglia.
            Fuga. Momenti di disperazione, rabbia, indifferenza erano il mio pane quotidiano. Sono arrivata al punto di andarmene di casa (con la scusa che volevo imparare l’inglese); me ne sono andata via per circa un anno; era una scelta che se non altro, pensavo in quel momento, mi avrebbe allontanata da questi problemi che finora non erano stati risolti, e permesso di vivere come avevo sempre desiderato, senza timore che qualcuno potesse turbare il mio “quieto vivere”. Era un modo, ne ero consapevole anche allora, di fuggire dal problema, ma in quel momento non vedevo nessuna via d’uscita.
            Ma il mio soggiorno a Londra, questa esperienza di vita, in cui ho capito che bene o male dovevo far conto sulle mie capacità, sulle mie forze, mi ha in un certo senso aperto gli occhi, mi ha fatto capire quanto fosse importante poter contare sulla famiglia, o comunque sulle persone che ti vogliono bene nel vero senso della parola e non solo per comodità o peggio ancora per convenienza.
            E di qui la crisi, un senso di colpa perché me ne ero andata lasciando mia madre, una persona “scomoda” in quel momento, ma che in fondo era sempre mia madre, e mio padre entrambi soli, abbandonati nel loro dramma, nella loro emarginazione. Mi sono chiesta allora se anch’io ero la causa di questa situazione familiare. Fino ad allora la mia risposta era stata negativa, anche quando il mio ragazzo cercava in qualche modo di farmi capire che forse mia madre era solo un aspetto più evidente, e nello stesso tempo più debole, di una crisi familiare che riguardava tutti noi
            Ma poi ho capito che il problema riguardava anche me, ma questa volta direttamente, perché bene o male avevo mostrato delle difficoltà nei rapporti con le altre persone, il mio stato di tensione e di ansia erano una componente ormai “consolidata” nella mia persona.
            Quando sono ritornata a casa mi comportavo ancora come se solo mia madre avesse bisogno di aiuto, fosse insomma lei “la vera e sola malata”. E infatti nonostante le sue promesse, i buoni propositi, i tentativi di astinenza, non ci fu nessun risultato, nessun cambiamento. Solo qualche mese più tardi si era arrivati ad un punto tale per cui si vedeva necessario il ricovero di mia madre. Il nostro medico di famiglia disse che a Mezzolombardo c’era la possibilità di intraprendere una nuova terapia, ma che non sapeva niente di preciso. Poi il medico del reparto in cui mia madre era stata ricoverata ci ha fatto chiamare spiegando che c’era appunto questa terapia, che però era necessaria la partecipazione anche di noi familiari.
            L’esperienza della terapia. Avendo vissuto personalmente questa esperienza posso dire che la presenza di noi familiari è fondamentale. Mia madre ad esempio, dice che lei da sola non avrebbe avuto la forza, all’inizio, di partecipare a questi gruppi. E poi bisogna riconoscere che il primo impatto è sempre un po’ traumatico, o comunque di paura, diffidenza, e perché no, anche di vergogna, e quindi è sempre più facile affrontarlo assieme che non da soli.
            E lo è stato anche per la mia famiglia, ma poi questa sensazione di disagio un po’ alla volta scomparve perché ci si fa forza con gli altri, tutti accomunati dalla stessa esperienza di vita e proprio per questo motivo pare sia più facile raggiungere degli obiettivi finali. Parlare dei nostri problemi, sentire gli altri raccontare le loro storie è stato come un momento liberatorio, segno della nostra volontà di cambiare. E ce ne siamo accorti un po’ alla volta.
            Adesso sono quasi nove mesi che partecipo con la mia famiglia al Club e mi pare di poter dire che anche in noi ci sono state delle trasformazioni. Salta agli occhi soprattutto quella fisica: e mi riferisco non solo a mia madre; il suo aspetto non è più deteriorato, o segnato dall’alcol, quella voglia di fare, di essere, per quanto possibile, partecipe della vita familiare, un po’ alla volta si è svegliata da un letargo che ormai durava da anni; ma anche mio padre ed io siamo sereni e lo si vede nei nostri volti non più segnati dalla tensione e dalla paura.
            Ma c’è stato un cambiamento che va oltre questo aspetto fisico e mi riferisco a quello comportamentale. Difatti c’è molta più disponibilità da parte di tutti verso gli altri, ognuno cerca in qualche modo di fare partecipe gli altri della propria vita. Non servono molte cose per fare ciò; a volte basta solo una parola al momento giusto, dimostrare fiducia, rispetto, sincerità e non ultimo umanità verso gli altri. Pian piano ci stiamo aprendo con coloro che non fanno parte direttamente della famiglia, nel senso che stiamo riallacciando nuove e vecchie amicizie, anche se è un po’ più difficile.
            Questo è uno dei momenti più felici della mia vita. All’inizio della terapia avevo un atteggiamento di protezionismo nei confronti di mia madre. Per evitare situazioni che avrebbero potuto turbare questa fase di “tranquillità familiare”, che dopo un periodo molto tormentato mi sembrava quasi “idilliaca”, evitavo di coinvolgerla in problemi miei personali, di dire la mia se lei mi faceva qualche osservazione. Ed è stata proprio la continua partecipazione al Club che mi ha fatto riflettere. Se avessi continuato così avrei ingannato gli altri, ma prima di tutto me stessa, perché non sarei riuscita a capire fino in fondo che anch’io come mia madre
 avevo bisogno di cambiare, di scegliere un nuovo stile di vita.
            Sarei presuntuosa se dicessi che io ho già cambiato totalmente, ma sinceramente penso di non esserlo se dico che ho cominciato a muovere i primi passi e che sono consapevole di quanta strada ci sia ancora da fare assieme alla mia famiglia. Sono solo una ragazza che ha ritrovato più fiducia in sé e negli altri. . . . E SEI  >>ritorna indice argomenti
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